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a ciascuono il suo uovo

2 Ott

Un’indagine dell’Eurobarometro ha rivelato che circa il 62% della popolazione europea intervistata è disponibile a cambiare il supermercato abituale per poter acquistare prodotti maggiormente rispettosi del benessere degli animali.

Questa scelta diventa molto importante nella scelta delle uova. Infatti la nostra buona volontà viene spesso messa in discussione da etichette poco chiare e ingannevoli: non è raro vedere immagini e slogan che inducono il consumatore a credere di acquistare prodotti rispettosi del benessere degli animali e poi scoprire il contrario.

L’acquisto critico delle uova richiede qualche minuto di tempo in più davanti allo scaffale e una buona dose di pazienza nel cercare di leggere i timbri. Infatti questo è l’unico modo per aggirare le immagini e gli slogan presenti sulle confezioni e mirati alla sola vendita del prodotto.

È importante sapere che dal primo gennaio 2004 sono entrate in vigore le nuove norme per l’etichettatura delle uova: il primo numero consente di risalire al tipo di allevamento (0 per biologico, 1 all’aperto, 2 a terra, 3 nelle gabbie), la seconda sigla indica lo Stato in cui è stato deposto (es.IT), seguono le indicazioni relative al codice ISTAT del Comune, alla sigla della Provincia ed infine il codice distintivo dell’allevatore.

Per quanto riguarda la scelta dell’ ‘”uovo giusto” ho scelto due posizioni contrapposte.

Da un lato un opuscolo realizzato dalla Lav (Lega anti vivisezione) spinge il consumatore a evitare l’acquisto di uova da allevamenti in gabbia e preferire quelle biologiche o all’aperto elencando tutti i benefici per la nostra salute e per il benessere degli animali.

Dall’altra parte il sito Laboratorio AntiSpecista offre una visione diversa e afferma:

“La realtà delle uova biologiche o allevate all’aperto è molto meno rosea di quello che si vuole far credere, lo spazio per le galline in allevamenti bio o in quelli all’aperto è di 833cm2 per gallina (equivalenti a un foglio 35cm x 25cm) mentre in quelli da batteria lo spazio è di 600cm2 (equivalenti a un foglio 20cm per 30cm) quindi concretamente la gallina ha 2,5 cm (un pollice) in più di spazio attorno a se, cosa che come si può capire non è certo una grande differenza.

La differenza vera è che negli allevamenti all’aperto o bio le galline devono avere accesso a spazi aperti almeno quotidianamente, il problema è che questa legge è facilmente aggirabile, lo spazio aperto non è detto che sia realmente utilizzato dalle galline. Immaginiamo ad esempio un capannone adibito ad allevamento io di galline ovaiole che allevi 2000 galline e abbia all’esterno effettivamente i 5000m2 richiesti dalla legge (2000galline x 2.5metri), non è detto che questo spazio sia effettivamente a disposizione delle galline. In quanto le galline si allontanano solo pochi metri dal proprio giaciglio e dal posto dove stano cibo e acqua, questo fa si che in realtà i 2,5 metri a disposizione a livello concreto diventino davvero molti meno e quindi questo fa si che per le galline la situazione non sia poi diversisa da quelle in batteria. La vita sarà migliore, senza dubbio, ma da lì ad essere eticamente accettabile ne passa davvero tanto.”

La verità sembra ingarbugliata: sarebbe meglio evitare le uova e secondo me acquistare quelle biologiche (etichetta 0) è di gran lunga la scelta preferibile.

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biologico vs convenzionale

28 Set

Più leggo il Time più mi piace.

Qualche settimana fa hanno pubblicato un articolo molto interessante sul cibo biologico. Tra le pagine e pagine (e pagine) di articolo, ho trovato uno schema riassuntivo sul paragone con il cibo convenzionale.

UOVA

biologico: il mangime delle   galline può contenere alcuni integratori, come la farina di semi di lino, che ne aumentano il contenuto di vitamina A e omega 3 migliorandone anche il gusto. Inoltre gli animali hanno più spazio a disposizione per muoversi.

convenzionale: le uova non biologiche sono più facili da trovare e costano meno.

Verdetto: biologico

LATTE

biologico: alle vacche non vengono somministrati antibiotici e ormoni con notevoli benefici per quanto riguarda la farmaco resistenza e la pubertà precoce delle ragazze.

convenzionale: è più economico.

Verdetto: chi può permetterselo dovrebbe scegliere il latte da allevamento biologico

CARNE

biologica: l’alta percentuale di omega 3 presente nell’erba del pascolo riduce il rischio di tumori e problemi cardiaci. Inoltre il minor affollamento delle stalle riduce la possibilità che si verifichino trasmissioni di E. Coli.

convenzionale: ha più gusto e costa meno. La carne convenzionale è più grassa e quindi più saporita, senza contare che il prezzo della carne biologica rimane proibitiva per molte persone.

Verdetto: optare per il biologico

FRUTTA E VERDURA

biologica: ha un minor contenuto di pesticidi, inoltre se il cibo è locale e di stagione si riducono le emissioni di anidride carboniche legate al trasporto.

convenzionale: costa meno di quella biologica e non ci sono grandi differenze nutrizionali. In più poca gente abita vicino ad una fattoria per cui il problema del trasporto rimane presente.

Verdetto: convenzionale.

comportamenti anomali

29 Ago

Aver sempre avuto animali mi ha portato a conoscere bene i cani e i loro comportamenti, posso farli irritare o renderli felici con poco 🙂 … Nonostante questo la mia piccola cagnetta è riuscita a stupirmi al punto che cominciavo a credere che fosse un esserino strano…un incrocio tra un gatto e una iena… giusto per essere precisa e sopratutto drammatica! Infatti ogni tanto, per la paura, le si gonfiano i peli della schiena, a volte anche tra le scapole….

impressionante da vedere…direi quasi comica!!!!

Alla fine sono riuscita a trovare una spiegazione, si chiama aggressività da paura ed è descritta in questo modo:

“Il cane mostra i denti ed emette di solito un ringhio sordo e prolungato. Le orecchie sono abbassate e portate indietro. L’intero corpo è teso e pronto al movimento. Il pelo del dorso è eretto. La coda è tenuta bassa e rigida. Con questo comportamento il cane sta dicendo che si sente minacciato da qualcosa o qualcuno; ha paura e per questo sta cercando a sua volta di intimorire l’avversario.”

E’ un cane normalissimo pur nella sua particolarità…chissà cosa le è successo prima che la trovassi io…


delfini si, delfini no

23 Ago

Qualche giorno fa abbiamo visto due delfini che nuotavano poco distanti dalla riva…hanno saltato fuori dall’acqua, si sono immersi, hanno nuotato a pelo d’acqua e poi si sono allontanati verso un’altra riva.

È stato bello anche se l’incontro non è stato chiaro e vicino come all’acquario mi ha lasciato una sensazione piacevole…mooolto piacevole. Sulla cattività dei delfini mi sono imbattuta spesso in notizie un po’..sconcertanti. Tutto è iniziato con la testimonianza di Ric O’Barry, ex addestratore di delfini, oggi attivista per i loro diritti.

Nella mia vita ho catturato circa 100 delfini, negli anni ’60, compresi i 5 usati per la serie Flipper. Ero uno degli addestratori piu’ pagati del mondo. Se volevo potevo mettere in piedi un programma di addestramento di delfini e fare 3-4 milioni di dollari l’anno. Sono cambiato quando Flipper e’ morto suicida tra le mie braccia. Uso questa parola con trepidazione, ma non conosco un’altra parola che descriva l’asfissia auto-indotta. I delfini e gli altri mammiferi marini non respirano in modo automatico. Ogni respiro e’ un atto conscio, ed e’ per questo che non dormono mai. Se la vita diventa una pena insopportabile, semplicemente decidono di non respirare piu’. Flipper mi ha guardato negli occhi e ha smesso di respirare. In quel periodo ero estremamente ignorante. Ora sono contro la cattivita’.

In realtà non è solo la depressione a stroncare questi animali, un’inchiesta di qualche anno fa pubblicata da L’Espresso ha messo in luce molti casi di morti ingiustifite: Romeo stroncato da una necrosi epatica a causa dell’alimentazione imposta dal suo allenatore (privazione di cibo e somministrazione di ormoni); Violetta morta soffocata a causa della spina dorsale spezzata; Hector morto a causa di un’infarto del miocardio, sono solo alcuni dei casi di morti che avvengono in Italia.  I delfini muoiono perché noi li vogliamo veder saltare, perché i parchi acquatici devono guadagnare e si impongono ritmi insostenibili a questi animali.

Non è un caso che Oscar Carini, ex addestratore a Gardaland abbia dichiarato “Non si possono costringere i delfini a fare tutti i giorni 5 o 6 spettacoli pensando che non ne risentano. Loro sono come noi. Sono intelligenti. Gli allenamenti aggressivi finiscono per ucciderli”, e ancora descrivendo il suo successore dichiara che è un tipo “senza etica professionale ed esperienza, ai vertici del parco piaceva: era superproduttivo, ubbidiente, molto cortese. Con i cetacei, invece, usava le maniere forti. I delfini, davanti a lui, saltavano fuori dall’acqua decine di volte. Sempre alla velocità della luce: perché avevano la pelle irritata dal cloro e ogni balzo rappresentava per loro un po’ di refrigerio. Tanta iperattività era entusiasmante per il pubblico, molto meno per gli animali: la Guardia forestale in un rapporto racconta, per esempio, la storia di Tom e Jerry, due otarie «dagli occhi velati di bianco» perché vittime di «eccessi da cloro»”.

Sul caso di Violetta Giuli Cordara, presidente di Animal and Nature Conservation Fund, ha dichiarato: “Siamo nel 2000. Non voglio neanche pensare che qualcuno le abbia potuto dare una bastonata durante l’addestramento, quelli sono metodi da età della pietra”…

Un modo per contrastare tutto questo è smettere di andare a visitare questi parchi…se non sono fonte di reddito questi animali verranno lasciati in pace.

finchè la barca va lasciala andareeeeeeeee

18 Ago

 

Sono contraria alla pesca.. così come lo sono alla caccia, però c’è un aspetto romantico che non riesco a superare… o almeno questa è la mia ottica post-hemingway…ricordo il film ancora prima del libro. Era in bianco e nero e l’ho guardato seduta nella cucina di nonna, lei era triste, persa nei ricordi di un tempo che non rivivrà più, e io ero solo una bambina che piangeva per le sorti del pescatore. Anni dopo, durante l’università, ho letto il libro: ho pianto più di allora perché alle immagini della pesca si sommavano i ricordi del film… Questo miscuglio di emozioni è riaffiorato quando ho sentito parlare della antica pesca del pesce spada praticata in Calabria e in particolare nelle acque di Scilla. Qui la chiamano caccia. E forse un po’ hanno ragione, in fondo era una gara di abilità tra l’uomo e l’animale, e la pesca non era indiscriminata come quella attuale. I pescatori rischiavano la vita per l’avvistamento degli animali dall’alto dei pennoni delle barche, e ancora di più, lo rischiavano nella caccia, che avveniva con un arpione, lungo circa quattro metri e mezzo, munito di una punta di ferro che si apriva appena entrata nel corpo del pesce, il quale, una volta dissanguato, veniva issato a bordo della piccola imbarcazione. Per tanto tempo questa pesca ha avuto un forte legame con la terra ferma, perchè uomini armati di pazienza stavano appostati sulle colline che circondano il mare in attesa di veder passare il pesce e lanciare gli avvisi ai pescatori, e in particolare a chi stava sul pennone per l’avvistamento. L’avvento dei motori ha interrotto il legame con la terra ferma e ha introdotto una passerella su cui si posizionano i pescatori con l’arpione,  un cambiamento che ha aggiunto fascino a questa tecnica…

Non andrei mai a vedere questo spettacolo, come non vedrei mai la mattanza dei tonni, però questo tipo di pesca è quasi più etico delle altre, non metteva a rischio l’esistenza delle specie pescate ed era molto selettiva…

La rispetto pur non condividendola.

se guardo il mondo da un oblò..non mi annoio neanche un pò!

11 Ago

Sarà che dopo la fine di lost non trovo pace, ma ieri mi sono imbattuta nelle foto che mostrano l’affondamento dei carri armati nei mari della Thailandia e sono andata a curiosare in giro per capire quello succede “in fondo al mar”, che non ci abbia già raccontato il film “La Sirenetta” 🙂

Innanzitutto i relitti delle navi affondate possono essere considerate “barriere artificiali”: da un lato rappresentano una intrusione umana nel mondo marino, ma dall’altro possono servire come basi per nuovi ecosistemi di barriera che in pochi anni pulluleranno di nuova vita.

Infatti è’ stato dimostrato che i relitti delle navi producono un aumento della fauna ittica, una constatazione che ha portato i governanti di alcuni Paesi (Canada, Messico, Columbia Britannica, Spagna) ad avviare il ri-utilizzo di vecchie imbarcazioni, ormai dismesse, come barriere artificiali.

Appena affondata, la nave “invade” lo spazio sottomarino, si tratta infatti di un elemento estraneo, tuttavia nel tempo, il processo di riequilibrio, la trasformerà in un substrato ideale per innumerevoli organismi bentonici (sono quelli che vivono a diretto contatto con i sedimenti del fondo) e in riparo per numerose specie di pesci.

Le prime colonie abitative dei relitti sono le macroalghe, in seguito si passa attraverso vari stadi evolutivi caratterizzati da un’alternanza di specie in lotta per la colonizzazione degli spazi.

L’aumento della complessità delle comunità bentoniche si manifesta con specie fotofile sulle strutture più esposte alla luce e specie più sciafile, amanti dell’ombra, sulle pareti laterali ed inferiori delle lamiere.

Con il tempo la complessità di queste comunità tende ad aumentare, fino a diventare un’area di ripopolamento ittico e non solo: nel mondo ci sono molti tour subacquei che portano gli amanti delle immersioni a osservare le barriere coralline e specie acquatiche che si sono originate in queste situazioni!!

…Ogni tanto ci sono affondamenti che non rappresentano un danno ecologico!!!!

pippi pippi pipistrelli!!

31 Lug

Arriva l’estate e arriva anche il discorso “pipistrelli”. Anni fa uno era entrato nella mia camera ma credevo fosse una rondine (…), mio padre prima di liberarlo all’aria aperta mi aveva fatto notare che non era propriamente somigliante a una rondine … da allora non ne ho più rivisti di persona. Però ci sono e visto che se ne vedono tanti volare nella notte penso sia giusto ricordare che chi li uccide è punibile penalmente, ma soprattutto che non si attaccano ai capelli. Infatti questo falso mito ha origine in altri tempi, quelli in cui le case non erano come le nostre e non era raro vedere questi animali appesi ai soffitti. Quando le sere d’inverno le donne stavano sedute davanti al fuoco poteva capitare che un piccolo di pipistrello, cadendo dal soffitto, arrivasse tra i loro capelli..tutto qui. Però non ci inseguono per fare il nido tra le nostre teste..questo è certo!!!

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