Tag Archives: inquinamento

impeto femminista

29 Nov

Donna vuol anche dire ecologia. L’assenza di studi sull’argomento può essere dovuta alla notevole differenza nel comportamento verde dei due sessi? Chi lo sa! È però certo che i pochi studi presenti dimostrano che gli uomini guidano la macchina più delle donne. Gli uomini consumano tra i 23 e i 32 GigaJoule di energia all’anno, che a livello generale vuol dire 105 GigaJoule per le donne e 313 per gli uomini. Una notevole disparità che non viene influenzata dalle maggiori spese femminili per cibo, igiene e salute…..x cui UOMINI IMPARATE DA NOI!!!!!

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il settimo continente

21 Nov

Pacific Trash Vortex, ovvero il settimo continente, quello che siamo riusciti a creare noi umani con le nostre abitudini, o meglio le nostre cattive abitudini.

Infatti parte dei nostri rifiuti va ad aumentare il Pacific Trash Vortex, un vortice di spazzatura composto per l’80% da plastica e il resto da altri rifiuti, che si trova nell’Oceano Pacifico. Si tratta di un’isola di circa 2500 chilometri di diametro, profonda 30 metri.

Questa discarica si è formata a partire dagli anni cinquanta, in seguito all’esistenza della North Pacific Subtropical Gyre, una corrente oceanica che si muove in senso orario a spirale. L’area è una specie di deserto oceanico, dove la vita è ridotta solo a pochi grandi mammiferi o pesci e in aggiunta causa la morte di più di un milione di uccelli e 100mila mammiferi marini l’anno. Quando il materiale della discarica finisce al di fuori del vortice può arrivare alle Isole Hawaii o addirittura in California. In alcuni casi la quantità di plastica che si arena su tali spiagge è tale che si rende necessario un intervento per ripulirle, in quanto si formano veri e propri strati spessi anche 3 metri. La maggior parte della plastica giunge dai continenti, per cui siamo noi a produrla…solo il resto proviene da navi private o commerciali e da navi pescherecce.
Infatti la maggior parte della plastica che usiamo è poco biodegradabile e finisce per sminuzzarsi in particelle piccolissime che finiscono nello stomaco di molti animali marini uccidendoli, invece quella che rimane si decomporrà solo tra centinaia di anni, provocando da qui ad allora danni alla vita marina.
Charles Moore si imbattè in questo mare di immondizia nel ’97 e la scoperta gli cambio la vita. Fondò infatti  Algalita Marine Research Foundation, dal nome del suon catamarano utilizzato per le ricerche marine, con lo scopo di studiare possibili soluzioni per rimediare all’enorme scempio.


la prossima volta che ci chiedono se vogliamo una busta di plastica riflettiamo sulle conseguenze della nostra scelta.

anche i limoni ci dividono

5 Nov

La storia dei limoni deformati raccolti a Terzigno sta facendo il giro di giornali e social network. Infatti, complice la situazione del paese, le sue lotte contro l’attuale gestione dei rifiuti e l’assedio dei giornalisti, tutti conoscono il dramma di una popolazione che lotta per riaffermare il suo diritto alla salute. La notizia che ha colpito la nostra immaginazione rischia però di essere un clamoroso falso, infatti non appena sono state pubblicate le foto dei limoni malformati ho notato i commenti di diverse persone che li additavano come infettati dall’Eriophyes sheldoni, meglio noto come acaro delle meraviglie. In effetti cercandolo su internet mi sono imbattuta in immagini di frutti “malformati” che possono essere ricondotti a quelli mostrati dai giornali di questi giorni.

Credo che comunque non si possa sottovalutare l’importanza dell’inquinamento delle falde acquifere, che risolvere tutte le discussioni dando la colpa ad un microrganismo sia quanto meno riduttivo e soprattutto che non si possa liquidare la questione con un parere virtuale. Siamo diventati tuttologi, menefreghisti ma soprattutto abbiamo smesso di considerare la terra e l’ambiente come sistemi complessi che risentono di molteplici influenze e che possono essere alterati dall’azione indiscriminata e incontrollata dell’uomo.

buone abitudini-l’olio usato

20 Ott

Non tutti i cibi sono fatti per sfamare il corpo, alcuni hanno solo la funzione di allietare il palato ma soprattutto lo spirito. Le fritture sono un ottimo esempio: patatine, carne, verdure, si può friggere tutto e mangiarli una volta ogni tanto non compromette la salute! Ciò a cui dobbiamo prestare maggiormente attenzione è il destino dell’olio usato e il suo impatto sull’ambiente. Infatti se da un lato buttarlo nel lavandino è quanto di più facile si possa pensare di fare, dall’altro rappresenta un danno per l’ambiente che ha ripercussioni nel tempo. Quando un litro di olio raggiunge le falde acquifere rende non potabile circa un milione di litri d’acqua che rappresenta la quantità media di acqua che una persona utilizza in 14 anni.

Infatti l’olio da frittura, al pari di altri olii esausti, una volta arrivato nelle falde acquifere forma una pellicola che impedisce gli scambi di ossigeno tra l’aria e l’acqua impedendo la vita al di sotto della pellicola.

Per evitare i danni ambientali l’olio va fatto raffreddare, conservato all’interno di contenitori chiusi e raccolto nelle isole ecologiche (per Roma clicca qui), oppure per evitare di portarli personalmente è possibile accordarsi con un ristoratore per lasciargli il nostro fusto d’olio da smaltire.

Tramite processi di trattamento e riciclo, si ottengono lubrificanti vegetali per macchine agricole, per biodiesel e glicerina per saponificazione (quest’ultimo processo può essere realizzato anche a casa: 1,5 litri di olio ci forniscono circa 2Kg di sapone!!!!)

buona notte New York!!!!

13 Ott

Lights out New York” è un’iniziativa ambientalista organizzata da Nyc Audubon, giunta al quinto anno di vita che coinvolge la città di New York, dal 1° settembre al 1° novembre, chiedendo lo spegnimento delle luci negli ultimi piani dei grattacieli.

Lo scopo dell’iniziativa è il contrasto dell’inquinamento luminoso in città che causa la morte di circa 90 mila volatili ogni anno: l’adesione permette di ridurre i decessi sino all’83%, garantendo anche un risparmio energetico di circa 750 mila kW per un edificio delle dimensioni dell’Empire State Building e un risparmio economico sino a 120 mila dollari.

Tra gli edifici più celebri che aderiscono ricordiamo: Chrysler Building, Rockefeller Center, 501 Lexington Avenue, Silverstein Properties e Time Warner Center.

L’iniziativa newyorkese è stata seguita da Toronto e Chicago e anche noi, nel nostro piccolo possiamo contribuire seguendo delle semplici regole da suggerire ad amici d’oltreoceano:

1. spegnere le luci dei piani non occupati e inutilizzati
2. chiudere le tende da mezzanotte all’alba
3. in caso di schianto di un animale sul vetro, chiamare subito l’associazione ambientalista NYC Audubon al numero  212-691-7483.

un tempo era gomorra

12 Mar

E’ storia di qualche anno fa. Lo scandalo di Gomorra, delle discariche abusive in Campania. Si è detto e ridetto che i camorristi non rispettano la salute della loro terra e di chi ci vive. E il film omonimo ci ha dato una dimostrazione visiva del fenomeno, con lo stakeholder che butta la verdura regalatagli..perchè lui sa con cosa è “concimata”.
Oggi la storia ci viene riproposta, uguale, cambia la locazione, cambiano i protagonisti.
La scena si sposta in Lazio, a Colleferro, dove c’è un termovalorizzatore che ogni anno brucia 220 mila tonnellate di rifiuti. Di tutta questa cifra solo 60 mila provengono dal Lazio, le altre migliaia arrivano da Campania, Puglia e Toscana. I rifiuti trattati sono stati cportoni, filtri chimici, amianto e altre sostanze tossiche, bruciate come se non dovessero subire un trattamento a parte. Il tutto fatto aggirando la legge, senza controlli, con certificati sulle emissioni di gas fasulli e manomissione dei software che avrebbero dovuro far scattare gli allarmi in presenza di sostanze tossiche. Se un dipendente provava a segnalare anomalie si provvedeva con le minaccie di sanzioni o addirittura il licenziamento.
Lo scandalo è venuto fuori grazie alla denucia sporta dal direttore tecnico dei termovalizzatori, ma la popolazione è da anni che protesta, inascoltata.
Sit in e proteste inutili, racconti agghiaccianti di persone che denunciano che “ci stanno avvelenando da anni, da secoli, da sempre. prima con il fosforo, poi con il mercurio, poi con il ddt, sotterrato a quintali lungo il Sacco, un fiume dove non puoi pià gettare un amo perchè non ti torna su niente. e adesso il termovalorizzatore, questo produttore di morte.” Parlano di camion che arrivavano di notte, con il marchio di una birra che non è mai esistita, mai stata prodotta. Falsificavano tutto, quello che rimane di certo è la grande incidenza di leucemie che ha colpito la popolazione locale.
Come gomorra, forse peggio.

story of stuff

28 Feb

story_of_stuff
Annie Leonard è un’esperta mondiale in campo ambientale, con vent’anni di esperienza e lavoro in giro per il mondo. La sua opera più famosa è “storia delle cose” in cui analizza il ciclo dei prodotti di consumo in un’ottica globale e multidisciplinare. Lei sostiene infatti, che il sistema economico attuale è in stretto contatto con le realtà locali in cui si sviluppa, influenzando, ad esempio, le economie e le culture dei Paesi e delle persone con cui viene a contatto. Ma attenzione: la Leonard ci fa notare come non tutte le persone valgono allo stesso modo.
Prima di tutto ci sono i governi. Loro dovrebbero prendersi cura di noi, però a fronte del grande peso economico delle multinazionali, questi colossi dell’economia diventano più importanti della popolazione, e così, per il governo i loro interessi vengono prima. Ecco perchè le grandi aziende hanno un grande potere decisionale e riescono a usare un ciclo produttivo che si presenta come estremamente vantaggioso per loro, ma non per le popolazioni e l’ambiente. Questo ciclo comprende estrazione, produzione, distribuzione, eliminazione.
Ogni fase del processo ha difetti che non dovrebbero essere ignorati come invece accade adesso. Cominciando dall’inizio, la fase dell’estrazione implica lo sfruttamento delle risorse, che tradotto vuol dire lenta e progressiva distruzione del pianeta a causa dell’esaurimento delle risorse naturali. Questo lo si capisce meglio se si considera che negli ultimi tre decenni abbiamo assistito quasi impotenti all’abbattimento delle risorse: negli USA sono rimaste solo il 4% delle foreste originali, e il 40% dei corsi d’acqua è diventanto non potabile. Inoltre, considerando che ci vive il 5% della popolazione mondiale che però, da sola, consuma il 30% delle risorse totali e produce il 30% dei rifiuti, è facile capire come abbiano potuto iniziare a sfruttare anche territori esterni al loro. I grandi consumi li rendono più importanti rispetto a popolazioni che invece non hanno la stessa idea consumistica. Va da se che in Amazzonia vengono abbattuti 7000 alberi al minuto, ma non lo fanno gli indigeni. Loro non fanno parte del sistema economico per cui non hanno potere decisionale. Le grandi multinazionali agiscono in territori che prima appartenevano ai locali, espropriandoli o pagandoli a prezzi irrisori. Un problema analogo si crea durante la fase di produzione in cui lo sfruttamento delle terre altrui avviene in modo ancora più evidente: qui ci vengono spostate molte grandi industrie. I motivi per cui si fa sono essenzialmente due: pagare meno la forza-lavoro e avere libertà di inquinare. L’inquinamento è infatti uno dei punti fondamentali di questo processo: durante la produzione vengono mischiate sostanze naturali e sintetiche. Le sostanze sintetiche sono circa 100mila, di poche sono stati testati gli effetti sulla salute, e praticamente per nessuna si è verificato l’effetto di interazione che si crea quando due o più di loro vengono mischiate. Anche se questo avviene in tutti i prodotti. In ogni caso, queste sostanze entrano nel ciclo produttivo e noi ci troviamo a convivere con oggetti che che le contengono e che quindi sono tossiche. Problema grande per noi in quanto popolazione, ma ancora più grande per chi lavora nelle industrie. Per tutte quelle donne in età fertile che si ritrovano ad accumulare nel loro organismo grandi quantità di sostanze potenzialmente dannose, che poi passeranno ai figli attraverso il latte. Ovviamente nessuna, o poche donne, lavorerebbero sapendo di stare a contatto con sostanze tossiche. Ma il processo di sfruttamento delle terre causata dalla fase di estrazione porta nelle città 200mila nuove persone ogni anno. Si tratta di disperati che hanno perso la loro casa e si accalcano nelle periferie disposti a fare qualunque lavoro. Il sistema che stiamo analizzando distrugge da un lato l’ambiente e dall’altro le comunità. Sinora abbiamo visto che l’ambiente viene sovrasfruttato per cui si impoverisce, ma c’è anche un’ altra forma di aggressione ed è quella dell’inquinamento, che in questo caso non riguarda le persone ma i terreni su cui viene riversato. Le industrie producono infatti grandi quantità di sottoprodotti che devono essere eliminati, vengono riversati nelle acque e nell’atmosfera. E’ quindi più conveniente che le industrie sorgano dove è possibile inquinare più facilmente, dove non esistono legislazioni ferree a riguardo. Inoltre spostare la produzione in altri territori è conveniente anche per la fase successiva, la distribuzione. Infatti solo così si possono permette di mantenere i prezzi bassi, un fatto che a sua volta rende le persone più indotte all’acquisto. Quello che non ci dicono è che per poter fare questo, e portarci a comprare di più è che ci sono tante persone che ne pagano le conseguenze. Da un lato si abbassano gli stipendi dei commessi e si cerca di risparmiare sulle spese sanitarie. Dall’altra si prendono le materie prime in tanti Stati diversi. Metallo in SudAfrica, petrolio in Iraq, plastica in Cina, e il tutto lo si fa assemblare, magari, in Messico. Questo intricato giro fa si che si possa avere la cosidetta “esternalizzazione del prezzo”. Paradossalmente quando compriamo non paghiamo il reale valore dell’oggetto. Il vero prezzo lo pagano le popolazioni coinvolte nel processo. Ed è un prezzo molto più alto di quanto si possa immaginare: perdita delle risorse naturali, inquinamento locale, compromissione del loro futuro. Ad esempio, in Congo il 30% dei bambini ha abbandonato la scuola per lavorare nelle miniere di colta, una sostanza contenuta dentro la maggior parte dei prodotti usa e getta. Loro pagano con la compromissione del loro futuro. L’addio alla scuola, l’assenza dell’assicurazione sanitaria. Il fatto di poter omettere queste voci nelle spese d’azienda permette a “noi” di poter pagare poco i nostri beni di consumo. E i costi ridotti ci inducono a comprare di più. L’abbiamo visto dall’inizio, più si consuma più si vale. Per questo motivo il 99% dei materiali che sono transitati nel sistema che sto descrivendo, hanno una vita di soli sei mesi. Ma non è sempre stato così. Cinquant’anni fa non era così. È stato dalla fine della seconda guerra mondiale che è nata l’idea di dover assumere il consumismo a filosofia di vita. E per farcelo accettare usano due metodi: l’obsolescenza pianificata e percepita. La prima presuppone la progettazione di prodotti che verranno rimpiazzati in breve tempo, si dice “progettare per la discarica”. Un esempio di questo ce lo fornisce la velocità con cui cambia la teconoglia. Come non si possa facilmente far riparare un oggetto tecnologico ma convenga di più conprarne uno nuovo. L’obsoloscenza percecita è invece quella che ci convince a rimpiazzare qualcosa anche se questo funziona ancora. E lo si fa in modi neanche tanto celati: si cambia il design in modo che sia riconoscibile il fatto che è qualcosa di datato, anche se solo di sei mesi. Per cui a non sostituirlo si rischierebbe di essere diversi dagli altri, di perdere di considerazione. E la pubblicità e i media contribuiscono in questa percezione. Un americano medio è bombardato ogni giorno da circa tremila spot pubblicitari in cui si ripete che ha bisogno di qualcosa. Uno shampo, una macchina, delle scarpe, gli occhiali. E così via. I media invece partecipano tacendo, perchè non rendono le persone coscenti di quello che succede, di quello che ruota attorno alla produzione di questi beni effimeri e momentanei. Così dopo una lunga giornata di lavoro una persona torna a casa, accende la televisione, sente gente che dice che quello che ha non va bene, che gli serve del altro. E allora compra. E per farlo ha bisogno di più soldi, lavora di più. è più stanco e non ha voglia di fare nulla. Allora a casa guarda solo televisione. E così via. In un ciclo senza fine. E nel frattempo si accumula tantissimo. E tutto questo va smaltito. Arriviamo dunque all’ultima fase: negli USA ogni persona produce di media due kili di immondezza al giorno. Questa viene sotterrata nelle discariche o portata agli inceneritori in cui vengono bruciati i rifiuti. Così facendo si reintroducono nell’ambiente le sostanze tossiche accumulate durante la fase di produzione, oppure si causa la formazione di nuove e più tossiche sostanze. Come la diossina, un noto cancerogeno attualmente al vaglio anche per i suoi effetti sul sistema endocrino e su quello riproduttivo. Una soluzione sarebbe il riciclaggio, ma ha dei difetti, perchè per ogni bidone di immondizia prodotto a casa e riciclato, ne restano comunque, a monte, settanta che sono stati prodotti come sottoprodotti dalle industrie. Inoltre non tutte le sostanze possono essere riciclate, e a volte, quelle per cui è possibile farlo sono unite tra loro al punto che separarle diventa impossibile.
Tutti questi motivi ci devono far capire perchè il sistema è in crisi. Il lato positivo è che possiamo ancora intervenire e c’è gente che lavora attivamente per cambiare questo sistema. Salvare le foreste, tutelare i lavoratori, produrre in modo pulito, il commercio equo, il consumo consapevole, cercare di bloccare gli inceneritori. Sono tutte azioni che vanno nella giusta direzione, quello che resta da fare è unire le forze per far capire che l’era dell’usa e getta è terminata a favore dell’idea di sostenibilità e giustizia.

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