Tag Archives: povertà

abc sulla diseguaglianza

30 Nov

 

Girottando per la rete ho trovato un video molto interessante sui principi base della nostra economia.

Be the change you wish to see in the world” Gandhi

quel campanile del lago di Resia

16 Ago

Una gita fuori porta ci ha portato nel profondo nord, al confine tra Italia, Svizzera e Austria. Un piccolo mondo a parte, di quelli che si lasciano alle spalle la politica e le grane che imperversano in tv e giornali. Ci ha attirato sin lassù il commento di un turista che ho letto in un forum: parlava dell’incanto del Lago di Resia e del suo campanile…in realtà non avevo capito molto, bello si ma tutto immaginavo tranne che il campanile fosse dentro il lago!!

Credevo di essere davanti al prodigio della natura selvaggia che si ri-appropria dei terreni…invece la storia è ben diversa.

Il lago di Resia è una località poco conosciuta tra chi, come me, non conosce il nord Italia, eppure ospita un paesaggio da favola, in grado di evocare alla mente splendide storie di cavalieri e principesse….e tutto grazie al campanile che emerge, come testimone finale di quello che le acque hanno nascosto.

Credevamo che il vecchio paese fosse stato sommerso dal tempo, invece la storia della sua origine ha connotazioni politiche, interessi economici, e soprattutto tanta povertà e la solitudine delle popolazioni coinvolte.

Tutto ha inizio nella seconda metà dell’800 quando l’ingegnere Josef Duile di Curion decise di abbassare il lago di Curon (che si trova vicino al lago di Resia) attraverso la costruzione di alcuni argini che incanalassero il Rio Carlino. Il primo dei numerosi intoppi al progetto è del 1955, quando l’inondazione dei paesi di Burgusio, Clusio, Laudes e Glorenza ha portato all’interruzione del progetto. Nel 1920, dopo un primo progetto austro-ungarico, il governo italiano (che ha avuto la zona grazie al patto St. Germain) ha deciso l’innalzamento del livello dell’acqua del lago di 5 metri e, nel 1939, il consorzio “Montecatini” che aveva ricevuto la concessione per la costruzione di una diga, decise l’innalzamento delle acque di 22 metri. Lo scoppio della seconda guerra mondiale ha bloccato ancora una volta i lavori, ripresi solo nel 1947 nonostante le proteste della popolazione locale che arrivò a chiedere l’intercessione di Papa Pio XII recandosi, inutilmente, a Roma.

Le proteste sono rimaste inascoltate e non hanno impedito che nel 1950 si chiudessero le cateratte del Rio Carlino facendo aumentare le acque del lago costantemente e distruggendo:

677 ettari di terreno, dei quali 523 agricoli.
163 case (107 a Curon, 47 a Resia e 9 a San Valentino).
150 famiglie contadine vennero private della loro unica fonte di reddito,

La meta’ dei contadini rimasti senza casa e senza lavoro fu costretta ad emigrare.

Attualmente il lago è lungo 6 km e largo 1 km, c’è una lingua di terra che permette una suggestiva passeggiata “tra le acque”…la sua costruzione ha coinvolto 7 mila operai che hanno lavorato per mille giorni scavando 35 km di tunnel sotterranei, usando 1,5 quintali di cemento, 10 mila tonnellate di ferro, 800 tonnellate di esplosivo (la glicerina arrivò dall’Argentina).

L’unico sopravissuto è il campanile (1357) della chiesa di Santa Caterina che non potrà certo risarcire quelle famiglie, ma attira oggi molti turisti, attratti da questo gigante muto che cela bene il segreto della sua origine….una leggenda vuole che d’inverno si sentano ancora le campane suonare, forse un eco delle proteste di chi perse tutto per l’origine di quella che è oggi una meta turistica simbolo della Val Venosta.

story of stuff

28 Feb

story_of_stuff
Annie Leonard è un’esperta mondiale in campo ambientale, con vent’anni di esperienza e lavoro in giro per il mondo. La sua opera più famosa è “storia delle cose” in cui analizza il ciclo dei prodotti di consumo in un’ottica globale e multidisciplinare. Lei sostiene infatti, che il sistema economico attuale è in stretto contatto con le realtà locali in cui si sviluppa, influenzando, ad esempio, le economie e le culture dei Paesi e delle persone con cui viene a contatto. Ma attenzione: la Leonard ci fa notare come non tutte le persone valgono allo stesso modo.
Prima di tutto ci sono i governi. Loro dovrebbero prendersi cura di noi, però a fronte del grande peso economico delle multinazionali, questi colossi dell’economia diventano più importanti della popolazione, e così, per il governo i loro interessi vengono prima. Ecco perchè le grandi aziende hanno un grande potere decisionale e riescono a usare un ciclo produttivo che si presenta come estremamente vantaggioso per loro, ma non per le popolazioni e l’ambiente. Questo ciclo comprende estrazione, produzione, distribuzione, eliminazione.
Ogni fase del processo ha difetti che non dovrebbero essere ignorati come invece accade adesso. Cominciando dall’inizio, la fase dell’estrazione implica lo sfruttamento delle risorse, che tradotto vuol dire lenta e progressiva distruzione del pianeta a causa dell’esaurimento delle risorse naturali. Questo lo si capisce meglio se si considera che negli ultimi tre decenni abbiamo assistito quasi impotenti all’abbattimento delle risorse: negli USA sono rimaste solo il 4% delle foreste originali, e il 40% dei corsi d’acqua è diventanto non potabile. Inoltre, considerando che ci vive il 5% della popolazione mondiale che però, da sola, consuma il 30% delle risorse totali e produce il 30% dei rifiuti, è facile capire come abbiano potuto iniziare a sfruttare anche territori esterni al loro. I grandi consumi li rendono più importanti rispetto a popolazioni che invece non hanno la stessa idea consumistica. Va da se che in Amazzonia vengono abbattuti 7000 alberi al minuto, ma non lo fanno gli indigeni. Loro non fanno parte del sistema economico per cui non hanno potere decisionale. Le grandi multinazionali agiscono in territori che prima appartenevano ai locali, espropriandoli o pagandoli a prezzi irrisori. Un problema analogo si crea durante la fase di produzione in cui lo sfruttamento delle terre altrui avviene in modo ancora più evidente: qui ci vengono spostate molte grandi industrie. I motivi per cui si fa sono essenzialmente due: pagare meno la forza-lavoro e avere libertà di inquinare. L’inquinamento è infatti uno dei punti fondamentali di questo processo: durante la produzione vengono mischiate sostanze naturali e sintetiche. Le sostanze sintetiche sono circa 100mila, di poche sono stati testati gli effetti sulla salute, e praticamente per nessuna si è verificato l’effetto di interazione che si crea quando due o più di loro vengono mischiate. Anche se questo avviene in tutti i prodotti. In ogni caso, queste sostanze entrano nel ciclo produttivo e noi ci troviamo a convivere con oggetti che che le contengono e che quindi sono tossiche. Problema grande per noi in quanto popolazione, ma ancora più grande per chi lavora nelle industrie. Per tutte quelle donne in età fertile che si ritrovano ad accumulare nel loro organismo grandi quantità di sostanze potenzialmente dannose, che poi passeranno ai figli attraverso il latte. Ovviamente nessuna, o poche donne, lavorerebbero sapendo di stare a contatto con sostanze tossiche. Ma il processo di sfruttamento delle terre causata dalla fase di estrazione porta nelle città 200mila nuove persone ogni anno. Si tratta di disperati che hanno perso la loro casa e si accalcano nelle periferie disposti a fare qualunque lavoro. Il sistema che stiamo analizzando distrugge da un lato l’ambiente e dall’altro le comunità. Sinora abbiamo visto che l’ambiente viene sovrasfruttato per cui si impoverisce, ma c’è anche un’ altra forma di aggressione ed è quella dell’inquinamento, che in questo caso non riguarda le persone ma i terreni su cui viene riversato. Le industrie producono infatti grandi quantità di sottoprodotti che devono essere eliminati, vengono riversati nelle acque e nell’atmosfera. E’ quindi più conveniente che le industrie sorgano dove è possibile inquinare più facilmente, dove non esistono legislazioni ferree a riguardo. Inoltre spostare la produzione in altri territori è conveniente anche per la fase successiva, la distribuzione. Infatti solo così si possono permette di mantenere i prezzi bassi, un fatto che a sua volta rende le persone più indotte all’acquisto. Quello che non ci dicono è che per poter fare questo, e portarci a comprare di più è che ci sono tante persone che ne pagano le conseguenze. Da un lato si abbassano gli stipendi dei commessi e si cerca di risparmiare sulle spese sanitarie. Dall’altra si prendono le materie prime in tanti Stati diversi. Metallo in SudAfrica, petrolio in Iraq, plastica in Cina, e il tutto lo si fa assemblare, magari, in Messico. Questo intricato giro fa si che si possa avere la cosidetta “esternalizzazione del prezzo”. Paradossalmente quando compriamo non paghiamo il reale valore dell’oggetto. Il vero prezzo lo pagano le popolazioni coinvolte nel processo. Ed è un prezzo molto più alto di quanto si possa immaginare: perdita delle risorse naturali, inquinamento locale, compromissione del loro futuro. Ad esempio, in Congo il 30% dei bambini ha abbandonato la scuola per lavorare nelle miniere di colta, una sostanza contenuta dentro la maggior parte dei prodotti usa e getta. Loro pagano con la compromissione del loro futuro. L’addio alla scuola, l’assenza dell’assicurazione sanitaria. Il fatto di poter omettere queste voci nelle spese d’azienda permette a “noi” di poter pagare poco i nostri beni di consumo. E i costi ridotti ci inducono a comprare di più. L’abbiamo visto dall’inizio, più si consuma più si vale. Per questo motivo il 99% dei materiali che sono transitati nel sistema che sto descrivendo, hanno una vita di soli sei mesi. Ma non è sempre stato così. Cinquant’anni fa non era così. È stato dalla fine della seconda guerra mondiale che è nata l’idea di dover assumere il consumismo a filosofia di vita. E per farcelo accettare usano due metodi: l’obsolescenza pianificata e percepita. La prima presuppone la progettazione di prodotti che verranno rimpiazzati in breve tempo, si dice “progettare per la discarica”. Un esempio di questo ce lo fornisce la velocità con cui cambia la teconoglia. Come non si possa facilmente far riparare un oggetto tecnologico ma convenga di più conprarne uno nuovo. L’obsoloscenza percecita è invece quella che ci convince a rimpiazzare qualcosa anche se questo funziona ancora. E lo si fa in modi neanche tanto celati: si cambia il design in modo che sia riconoscibile il fatto che è qualcosa di datato, anche se solo di sei mesi. Per cui a non sostituirlo si rischierebbe di essere diversi dagli altri, di perdere di considerazione. E la pubblicità e i media contribuiscono in questa percezione. Un americano medio è bombardato ogni giorno da circa tremila spot pubblicitari in cui si ripete che ha bisogno di qualcosa. Uno shampo, una macchina, delle scarpe, gli occhiali. E così via. I media invece partecipano tacendo, perchè non rendono le persone coscenti di quello che succede, di quello che ruota attorno alla produzione di questi beni effimeri e momentanei. Così dopo una lunga giornata di lavoro una persona torna a casa, accende la televisione, sente gente che dice che quello che ha non va bene, che gli serve del altro. E allora compra. E per farlo ha bisogno di più soldi, lavora di più. è più stanco e non ha voglia di fare nulla. Allora a casa guarda solo televisione. E così via. In un ciclo senza fine. E nel frattempo si accumula tantissimo. E tutto questo va smaltito. Arriviamo dunque all’ultima fase: negli USA ogni persona produce di media due kili di immondezza al giorno. Questa viene sotterrata nelle discariche o portata agli inceneritori in cui vengono bruciati i rifiuti. Così facendo si reintroducono nell’ambiente le sostanze tossiche accumulate durante la fase di produzione, oppure si causa la formazione di nuove e più tossiche sostanze. Come la diossina, un noto cancerogeno attualmente al vaglio anche per i suoi effetti sul sistema endocrino e su quello riproduttivo. Una soluzione sarebbe il riciclaggio, ma ha dei difetti, perchè per ogni bidone di immondizia prodotto a casa e riciclato, ne restano comunque, a monte, settanta che sono stati prodotti come sottoprodotti dalle industrie. Inoltre non tutte le sostanze possono essere riciclate, e a volte, quelle per cui è possibile farlo sono unite tra loro al punto che separarle diventa impossibile.
Tutti questi motivi ci devono far capire perchè il sistema è in crisi. Il lato positivo è che possiamo ancora intervenire e c’è gente che lavora attivamente per cambiare questo sistema. Salvare le foreste, tutelare i lavoratori, produrre in modo pulito, il commercio equo, il consumo consapevole, cercare di bloccare gli inceneritori. Sono tutte azioni che vanno nella giusta direzione, quello che resta da fare è unire le forze per far capire che l’era dell’usa e getta è terminata a favore dell’idea di sostenibilità e giustizia.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: