Tag Archives: rifiuti

il settimo continente

21 Nov

Pacific Trash Vortex, ovvero il settimo continente, quello che siamo riusciti a creare noi umani con le nostre abitudini, o meglio le nostre cattive abitudini.

Infatti parte dei nostri rifiuti va ad aumentare il Pacific Trash Vortex, un vortice di spazzatura composto per l’80% da plastica e il resto da altri rifiuti, che si trova nell’Oceano Pacifico. Si tratta di un’isola di circa 2500 chilometri di diametro, profonda 30 metri.

Questa discarica si è formata a partire dagli anni cinquanta, in seguito all’esistenza della North Pacific Subtropical Gyre, una corrente oceanica che si muove in senso orario a spirale. L’area è una specie di deserto oceanico, dove la vita è ridotta solo a pochi grandi mammiferi o pesci e in aggiunta causa la morte di più di un milione di uccelli e 100mila mammiferi marini l’anno. Quando il materiale della discarica finisce al di fuori del vortice può arrivare alle Isole Hawaii o addirittura in California. In alcuni casi la quantità di plastica che si arena su tali spiagge è tale che si rende necessario un intervento per ripulirle, in quanto si formano veri e propri strati spessi anche 3 metri. La maggior parte della plastica giunge dai continenti, per cui siamo noi a produrla…solo il resto proviene da navi private o commerciali e da navi pescherecce.
Infatti la maggior parte della plastica che usiamo è poco biodegradabile e finisce per sminuzzarsi in particelle piccolissime che finiscono nello stomaco di molti animali marini uccidendoli, invece quella che rimane si decomporrà solo tra centinaia di anni, provocando da qui ad allora danni alla vita marina.
Charles Moore si imbattè in questo mare di immondizia nel ’97 e la scoperta gli cambio la vita. Fondò infatti  Algalita Marine Research Foundation, dal nome del suon catamarano utilizzato per le ricerche marine, con lo scopo di studiare possibili soluzioni per rimediare all’enorme scempio.


la prossima volta che ci chiedono se vogliamo una busta di plastica riflettiamo sulle conseguenze della nostra scelta.

anche i limoni ci dividono

5 Nov

La storia dei limoni deformati raccolti a Terzigno sta facendo il giro di giornali e social network. Infatti, complice la situazione del paese, le sue lotte contro l’attuale gestione dei rifiuti e l’assedio dei giornalisti, tutti conoscono il dramma di una popolazione che lotta per riaffermare il suo diritto alla salute. La notizia che ha colpito la nostra immaginazione rischia però di essere un clamoroso falso, infatti non appena sono state pubblicate le foto dei limoni malformati ho notato i commenti di diverse persone che li additavano come infettati dall’Eriophyes sheldoni, meglio noto come acaro delle meraviglie. In effetti cercandolo su internet mi sono imbattuta in immagini di frutti “malformati” che possono essere ricondotti a quelli mostrati dai giornali di questi giorni.

Credo che comunque non si possa sottovalutare l’importanza dell’inquinamento delle falde acquifere, che risolvere tutte le discussioni dando la colpa ad un microrganismo sia quanto meno riduttivo e soprattutto che non si possa liquidare la questione con un parere virtuale. Siamo diventati tuttologi, menefreghisti ma soprattutto abbiamo smesso di considerare la terra e l’ambiente come sistemi complessi che risentono di molteplici influenze e che possono essere alterati dall’azione indiscriminata e incontrollata dell’uomo.

triangolo della morte

2 Nov

Questi giorni mi sono imbattuta in un articolo del 2004 pubblicato dalla rivista “Lancet Oncology” che lancia un messaggio inequivocabile parlando di Triangolo della morte.

Il riferimento, per niente lusinghiero, va alla zona compresa tra Nola, Acerra e Marigliano.

Dai dati disponibili emerge infatti una profonda discrepanza tra l’indice di mortalità per il tumore al fegato, che a livello italiano si attesta a 14 casi ogni 100mila abitanti, sale sino a 35,9 per gli uomini e 20,5 per le donne (ogni 100mila abitanti).

Secondo lo studio la causa di questi dati è da ricondurre allo stoccaggio dei rifiuti, soprattutto illegale, che porta all’inquinamento del territorio e si ripercuote nella catena alimentare e nell’atmosfera di chi vive nella zona.

Gli organi colpiti sono i più sensibili del corpo: vescica, fegato e stomaco, dove c’è maggiore probabilità che la sostanza tossica entri all’interno della cellula. Tra i 20 e i 40 anni il rischio leucemie e linfomi, dunque, risulta più elevato.

Ma questo era il 2004…ci sarebbe stato tanto lavoro da fare, eppure siamo ancora qui a discuterne.

immondizia: la raccolta differenziata questa sconosciuta

26 Ott

Breve panoramica sui livelli di raccolta differenziata nelle principali città italiane:

Napoli 19%

Roma 20%

Torino circa 42%

Milano supera il 37%

Firenze 36%

Bologna circa 34%

Palermo 5,5%

Catania 6,8%

buone abitudini-l’olio usato

20 Ott

Non tutti i cibi sono fatti per sfamare il corpo, alcuni hanno solo la funzione di allietare il palato ma soprattutto lo spirito. Le fritture sono un ottimo esempio: patatine, carne, verdure, si può friggere tutto e mangiarli una volta ogni tanto non compromette la salute! Ciò a cui dobbiamo prestare maggiormente attenzione è il destino dell’olio usato e il suo impatto sull’ambiente. Infatti se da un lato buttarlo nel lavandino è quanto di più facile si possa pensare di fare, dall’altro rappresenta un danno per l’ambiente che ha ripercussioni nel tempo. Quando un litro di olio raggiunge le falde acquifere rende non potabile circa un milione di litri d’acqua che rappresenta la quantità media di acqua che una persona utilizza in 14 anni.

Infatti l’olio da frittura, al pari di altri olii esausti, una volta arrivato nelle falde acquifere forma una pellicola che impedisce gli scambi di ossigeno tra l’aria e l’acqua impedendo la vita al di sotto della pellicola.

Per evitare i danni ambientali l’olio va fatto raffreddare, conservato all’interno di contenitori chiusi e raccolto nelle isole ecologiche (per Roma clicca qui), oppure per evitare di portarli personalmente è possibile accordarsi con un ristoratore per lasciargli il nostro fusto d’olio da smaltire.

Tramite processi di trattamento e riciclo, si ottengono lubrificanti vegetali per macchine agricole, per biodiesel e glicerina per saponificazione (quest’ultimo processo può essere realizzato anche a casa: 1,5 litri di olio ci forniscono circa 2Kg di sapone!!!!)

compra ragazzino compra

30 Ago

L’ineguale distribuzione delle risorse nel mondo porta la popolazione dei paesi più “sviluppati” ad avere un’ampia possibilità di scelta, sopratutto a livello alimentare. Decidiamo quotidianamente cosa mangiare, scegliamo e spesso ci comportiamo in base a ciò che ci impone il marketing delle grandi aziende.

Allo stesso modo i supermercati hanno sempre gli scaffali pieni di prelibatezze invitanti e gustose. Molto spesso per loro è più conveniente buttare la merce sana piuttosto che aspettare la data di scadenza o la vendita dei prodotti.

Proprio questa mentalità consumistica ha portato alla nascita di un fenomeno chiamato “dumpster diving”, ovvero il ripescaggio di alimenti, ma anche vestiti ed oggetti, dai cassonetti. È uno stile di vita che permette di uscire dai circuiti del consumismo pur sfruttandone il principio, fortemente presente in Canada, Australia e Stati Uniti.

Nonostante per molti sia una pratica rivoltante nonchè da poveri, la praticano sopratutto studenti che decidono di vivere in modo alternativo la propria vita e sopratutto le proprie finanze: non dover spendere per soddisfare un bisogno primario come il cibo permette infatti di dedicare quei soldi ad altri interessi, ad altre passioni o anche, più semplicemente, risparmiali per altri progetti.

un tempo era gomorra

12 Mar

E’ storia di qualche anno fa. Lo scandalo di Gomorra, delle discariche abusive in Campania. Si è detto e ridetto che i camorristi non rispettano la salute della loro terra e di chi ci vive. E il film omonimo ci ha dato una dimostrazione visiva del fenomeno, con lo stakeholder che butta la verdura regalatagli..perchè lui sa con cosa è “concimata”.
Oggi la storia ci viene riproposta, uguale, cambia la locazione, cambiano i protagonisti.
La scena si sposta in Lazio, a Colleferro, dove c’è un termovalorizzatore che ogni anno brucia 220 mila tonnellate di rifiuti. Di tutta questa cifra solo 60 mila provengono dal Lazio, le altre migliaia arrivano da Campania, Puglia e Toscana. I rifiuti trattati sono stati cportoni, filtri chimici, amianto e altre sostanze tossiche, bruciate come se non dovessero subire un trattamento a parte. Il tutto fatto aggirando la legge, senza controlli, con certificati sulle emissioni di gas fasulli e manomissione dei software che avrebbero dovuro far scattare gli allarmi in presenza di sostanze tossiche. Se un dipendente provava a segnalare anomalie si provvedeva con le minaccie di sanzioni o addirittura il licenziamento.
Lo scandalo è venuto fuori grazie alla denucia sporta dal direttore tecnico dei termovalizzatori, ma la popolazione è da anni che protesta, inascoltata.
Sit in e proteste inutili, racconti agghiaccianti di persone che denunciano che “ci stanno avvelenando da anni, da secoli, da sempre. prima con il fosforo, poi con il mercurio, poi con il ddt, sotterrato a quintali lungo il Sacco, un fiume dove non puoi pià gettare un amo perchè non ti torna su niente. e adesso il termovalorizzatore, questo produttore di morte.” Parlano di camion che arrivavano di notte, con il marchio di una birra che non è mai esistita, mai stata prodotta. Falsificavano tutto, quello che rimane di certo è la grande incidenza di leucemie che ha colpito la popolazione locale.
Come gomorra, forse peggio.

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